Ieri per me è cominciato l'inverno. Anche se mancano 12 giorni al 21 Dicembre che ne sancirà l'inizio ufficiale da calendario, io la Festa dell'Immacolata l'ho sempre fatta combaciare con il principio della fredda stagione. Ho un modo tutto mio di separare le stagioni e so che anche per molte altre persone non valgono tanto i trimestrali ventuno del mese a dividerle, quanto semmai avvenimenti, situazioni, scadenze e circostanze che fanno dire o riflettere: "Questa stagione è finita, ora ne inizia un'altra". Il mio inverno, piova o ci sia il sole, si conclude sempre con il Festival di Sanremo dopo il quale, come dicono anche in un film o in un libro ora non ricordo, arriva sempre la primavera. Dopo avermi suggerito nuovi colori, lucenti sogni e vive speranze come da storico copione, la mia primavera si conclude con la finale di Champions League. Il triplice fischio dell'arbitro a sancire la fine della partita, per me è anche il fischio di inizio della bella stagione che a quel punto inizia sempre con "We are the champions" dei Queen e con i vincitori che alzano la coppa con gli orecchi al cielo. Senza mai ammetterlo a me stesso, ho praticamente sempre compiuto un abile atto di "autoparaculismo" facendomi durare l'estate ben quattro mesi poichè essa si conclude poi con il Lunedì della Fiera di Terranuova Bracciolini a fine Settembre, giorno che comunque cala il sipario sull'estate per quasi tutti gli abitanti del Valdarno. Dal giorno dopo all'Immacolata è facile desumere a questo punto che duri il mio autunno. In ogni modo succede poi che si passano anni in cui è sempre inverno, altri in cui è primavera e estate, altri in cui impera sempre l'autunno, perchè più che periodi climatici, le stagioni sono sempre precisi momenti dell'anima con le quali la manica corta e il giubbotto pesante hanno poco a che fare.
Ogni tanto mi viene di guardare gli stranieri quando sono qui da noi. Il tedesco piglia fuoco. Come disse quello, non c’è niente di più fluorescente della faccia di un tedesco in un pomeriggio di estate in una città italiana. Rosso scarlatto. A dargli un bacino su una guancia c’è di che ustionarsi. Per quanto riguarda l’abbigliamento, quello teutonico ormai è un must: camicia a maniche corte a quadrettini, calzoncini sul marrone e sandalo a doppia banda che abbiamo cominciato ad indossare anche noi. L’americano ancora si comporta in maniera piuttosto altezzosa, anche se da quando il dollaro ha cominciato ad accusare dall’euro, ci fa un po’ meno visita che tanto Venezia se l’era già rifatta vicino a Las Vegas, ora si è rifatto anche Piazza San Pietro per girare Angeli e Demoni e quindi se ne sta tra le stelle e tra le strisce e risparmia. L’orientale. Cinesi o giapponesi io onestamente li distinguo poco, anche se in prevalenza sono certamente più i nipponici a squadrare l’Italia a mandorla, dato che il permesso di andare all’estero ai suoi abitanti, il governo cinese fino a poco tempo fa lo concedeva con la stessa frequenza e difficoltà, che una mamma può concedere al figlio di 5 anni, il permesso di andare in discoteca. In ogni modo l’orientale, come convenuto con la mia amica Cristina, pare sempre cercare una via di fuga quando è in Italia. Il tipo dei Balcani è timido, all’apparenza triste e solitario. Naturale che ancora si porti addosso tante recenti ferite di falsi comunismi, reali dittature e guerre civili che ne hanno minato in profondità l’identità, perché è storia ancora troppo fresca. Gli spagnoli ci somigliano parecchio, forse sono quelli con i quali abbiamo più affinità essendo entrambi popoli mediterranei e piuttosto sanguigni. Per finire i francesi. I francesi sono secondi. Quando quella sera di Luglio di due anni fa, eravamo entrambi stranieri a Berlino il cielo si tinse di azzurro e non di blue. E l’italiano all’estero? Campione del mondo naturalmente.
Visto che il pc si ostinava a spengersi quando lasciavo dei commenti l'ho portato a raccomodare e così ora vi saluto da un call center augurandovi Buon fine settimana con una poesia che mi pare giusto dedicare al Grande Druido, per la sua passione per Vincenzo Cardarelli. Ora mi picchia...
Autunno - Vincenzo Cardarelli
Autunno. Già lo sentimmo venire
nel vento d’agosto,
nelle piogge di settembre
torrenziali e piangenti,
e un brivido percorse la terra
che ora, nuda e triste,
accoglie un sole smarrito.
Ora passa e declina,
in quest’autunno che incede
con lentezza indicibile,
il miglior tempo della nostra vita
e lungamente ci dice addio.

Disposti per la nostra vita, ci sono cuori che dal trampolino di un sogno o dalla piattaforma del caso, un giorno si immergono nel nostro con uno splendido tuffo che non provoca nessuno schizzo. Splashhh…Amici, affetti, amori che fanno un’entrata perfetta nel nostro sentimento. Può benissimo darsi, che il nostro cuore in quel periodo sia acquitrino, pozzanghera, palude di delusioni, ma quei cuori che di tanta acrobazia ci entrano in quella palude, hanno il potere di restituirgli freschezza, limpidità e trasparenza con semplicità e spontaneità senza alcuna paura di sporcarsi. Precisamente un anno fa, qui dentro, uno di quei cuori si tuffò a capofitto in quella palude che era allora il mio cuore, sul quale tanti o troppi tramonti, ora non ricordo, erano calati. Splashhhhhh. Da quel 18 Settembre 2007 di tempo ne è passato, porta di autunno era allora come oggi, anche se ora più che dentro il mio sangue ormai pulito da quel tuffo, quel cuore lo vedo più come se fosse sul bordo, avvolto nel telo mare a tergersi, riposarsi. A mangiare la pizzetta. I suoi occhi guardano intensi il mio cuore, lo fissano ma…non so. Non so. So soltanto che se mangiata la pizzetta e asciugate le aorte, quel cuore sceglierà altri cuori in cui tuffarsi, che siano almeno splendidi oceani con appesi sconfinati orizzonti scevri di nuvole, che quelle già troppa pioggia hanno piovuto sul suo tempo e fulmini scaricato nella sua anima. Io ancora vivo della carezza di quella sera, del tepore che ci ha lasciato, della dolcezza della sua nuotata, della luce con la quale fece rilucere il muscolo del mio amore al cielo e lo promise alle stelle. I miei sorrisi sono ancora la traduzione dei suoi palpiti. Adoravo sentire quel cuore tuffarsi e sguazzare dentro il mio, ma chissà cosa c’è di veramente eterno nella vita. Tutti noi siamo malati di eternità nella misura in cui possiamo vivere, e se proprio dobbiamo contagiare qualcosa, appestiamo un Amore Semplice, Giusto e Vero di questa eternità. Se non lo faremo i rimpianti forzeranno il nostro cuore e si getteranno invece “a bomba” facendo straboccare tutti i sogni e le emozioni che non sapemmo sorriderci addosso. Gli ostacoli più grandi da superare sono sempre dentro di noi. Splashhhh…
