Ogni tanto mi viene di guardare gli stranieri quando sono qui da noi. Il tedesco piglia fuoco. Come disse quello, non c’è niente di più fluorescente della faccia di un tedesco in un pomeriggio di estate in una città italiana. Rosso scarlatto. A dargli un bacino su una guancia c’è di che ustionarsi. Per quanto riguarda l’abbigliamento, quello teutonico ormai è un must: camicia a maniche corte a quadrettini, calzoncini sul marrone e sandalo a doppia banda che abbiamo cominciato ad indossare anche noi. L’americano ancora si comporta in maniera piuttosto altezzosa, anche se da quando il dollaro ha cominciato ad accusare dall’euro, ci fa un po’ meno visita che tanto Venezia se l’era già rifatta vicino a Las Vegas, ora si è rifatto anche Piazza San Pietro per girare Angeli e Demoni e quindi se ne sta tra le stelle e tra le strisce e risparmia. L’orientale. Cinesi o giapponesi io onestamente li distinguo poco, anche se in prevalenza sono certamente più i nipponici a squadrare l’Italia a mandorla, dato che il permesso di andare all’estero ai suoi abitanti, il governo cinese fino a poco tempo fa lo concedeva con la stessa frequenza e difficoltà, che una mamma può concedere al figlio di 5 anni, il permesso di andare in discoteca. In ogni modo l’orientale, come convenuto con la mia amica Cristina, pare sempre cercare una via di fuga quando è in Italia. Il tipo dei Balcani è timido, all’apparenza triste e solitario. Naturale che ancora si porti addosso tante recenti ferite di falsi comunismi, reali dittature e guerre civili che ne hanno minato in profondità l’identità, perché è storia ancora troppo fresca. Gli spagnoli ci somigliano parecchio, forse sono quelli con i quali abbiamo più affinità essendo entrambi popoli mediterranei e piuttosto sanguigni. Per finire i francesi. I francesi sono secondi. Quando quella sera di Luglio di due anni fa, eravamo entrambi stranieri a Berlino il cielo si tinse di azzurro e non di blue. E l’italiano all’estero? Campione del mondo naturalmente.
